Voglio raccontarvi una storia. Se avete qualche secondo di tempo, leggetela, perché ne vale la pena.
All’udienza del 29 novembre erano presenti i membri del centro studi Rosario Livatino. Rosario era un magistrato. Il 21 settembre 1990, all’età di 38 anni, è stato ucciso mentre si recava al lavoro in Tribunale. Per usare ancora le parole del Papa: “Quando Rosario fu ucciso non lo conosceva quasi nessuno. Lavorava in un Tribunale di periferia: si occupava dei sequestri e delle confische dei beni di provenienza illecita acquisiti dai mafiosi. Lo faceva in modo inattaccabile, rispettando le garanzie degli accusati, con grande professionalità e con risultati concreti: per questo la mafia decise di eliminarlo”. Il 9 maggio 1993 San Giovanni Paolo II, lo definì “martire della giustizia e indirettamente della fede”.
Perché vi sto raccontando questa storia?
Non è mai stato facile lavorare al servizio della comunità civile. Nel raccontare di Rosario, il Papa ha affermato che è ancora un modello “per la coerenza tra la sua fede e il suo impegno di lavoro” e “ (…) ha lasciato a tutti noi un esempio luminoso di come la fede possa esprimersi compiutamente nel servizio alla comunità civile e alle sue leggi; e di come l’obbedienza alla Chiesa possa coniugarsi con l’obbedienza allo Stato, in particolare con il ministero, delicato e importante, di far rispettare e applicare la legge”.
Anche oggi siamo chiamati a questo impegno importante. Tutti. L’esempio di questi uomini ci aiuta credere che è possibile vivere nella fede, rimanendo coerenti con l’impegno che ciascuno di noi ha deciso di prendersi nei confronti della società e del proprio lavoro. Questo può darci la forza di batterci -ciascuno di noi nei suoi ambiti – così da fare luce su concetti e situazioni complesse, per aiutare le persone a conoscere la verità.
E sia chiaro: il presunto “diritto di morire” non ha alcun fondamento giuridico.
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