Il Comune di Cesena, mediante l’ASP, ha deciso di non partecipare più ai bandi della prefettura per la prima accoglienza degli immigrati.

Mi dispiace, ma ritengo questa scelta del tutto ideologica (contraria alla realtà) e strumentale ad una ben precisa posizione politica.

Si sostiene infatti che dal novembre 2018, la riduzione del rimborso dei costi da 31/35 a 21/26 euro al giorno per persona, comporterebbe la necessità di tagliare servizi di insegnamento della lingua italiana, assistenza psicologica e altre attività sociali e di formazione. Non condividendo quindi le nuove modalità di accoglienza, meglio conviene – si dice – concentrarsi sull’accoglienza di secondo livello (dopo cioè la risposta sulla richiesta d’asilo).

Ora, il sistema apprestato con i bandi a cui sinora partecipavano privati, ma anche soggetti del terzo settore e Comuni tramite le proprie ASP, va a sopperire le necessità della prima accoglienza, ossia di quelle persone giunte in Italia e in attesa di una risposta sulla propria domanda di asilo. Ciò che nessuno dice mai è che circa il 70% di queste domande ogni anno vengono rigettate (non viene riconosciuto ai richiedenti lo status di rifugiato, né la protezione sussidiaria, né quella umanitaria, quest’ultima possibilità tolta, per il futuro, dal Decreto Sicurezza). Queste persone rimangono perciò in Italia come clandestini, senza nome, senza lavoro, senza tetto, facile preda della malavita o ridotti a nuovi schiavi del caporalato, con la sola tutela sanitaria. Stiamo parlando del 70% ogni anno degli extracomunitari sbarcati sulle nostre coste.

Mi chiedo: ma di quale integrazione stiamo parlando? Che prima ci sarebbe stata e ora non ci sarebbe più? Quella sinora attuata ha prodotto migliaia di clandestini sul territorio. Se anche in sede di prima accoglienza si sono forse potuti assicurare agli stranieri servizi ulteriori rispetto al puro e semplice soggiorno (ciò di cui si può dubitare in diversi casi), è un fatto che, una volta confermato il diniego, queste persone divengono comunque irregolari e rimangono sul territorio italiano con foglio di via o decreto di espulsione, in attesa della decisione sui ricorsi presentati. I servizi di prima e seconda accoglienza offerti da Caritas, Comuni, soggetti del terzo settore, Stato, Prefetture, privati riguardano solo le persone in attesa della domanda d’asilo non “sparite” e quelli con domanda accolta (ossia circa il 30%); il resto, ossia la maggior parte, non è contemplato nelle misure (non solo di integrazione, ma neppure) di mero soggiorno.

Ciò premesso in via generale – fatto che dimostra la necessità di un’accoglienza non indiscriminata ma regolamentata e gestita (ciò che non è stato in questi anni), perché realisticamente oltre ad un certo limite il “sistema” non assorbe nuovi arrivi – nello specifico mi chiedo: che senso ha ora cessare di aiutare lo Stato nell’operazione di sostegno – seppur solo per il soggiorno – dei nuovi arrivati? E’ qui che ritengo la scelta dei Comuni ideologica e strumentale, una specie di ripicca nei confronti di una precisa scelta governativa – condivisibile o meno – ma che non altera il sistema di accoglienza, se non nel rimborso del costo unitario. Se prima si riteneva utile il sistema dell’accoglienza diffusa, perché non continuarlo? Non ci si sta più dentro con i costi? Se anche fosse vero che non si riescono più ad assicurare altri servizi, per quale motivo non continuare ad incentivare un’accoglienza diffusa sul territorio, seppur solo come soggiorno? Oppure utilizzando risorse “proprie” e non il contributo statale per continuare un’opera iniziata? Se ritenuta veramente utile!

Insomma, mi pare che ci si sia invece comportati come chi partecipa ai bandi per una mera operazione economica. Se non conviene più allora si lascia.

Leggo infine che ci si vorrebbe concentrare sulla seconda accoglienza. Credo sia un bene, visto che un reale tentativo di integrazione è più consono a coloro che hanno avuto accolta la propria domanda. Faccio però presente che questa accoglienza si aggiunge alla prima con risorse per lo più “proprie” dei soggetti agenti e la prima nulla toglie o aggiunge alla seconda. In altre parole, non è che risparmiando sulla prima accoglienza si potenzi la seconda. La prima si autofinanziava e si autofinanzia tuttora. C’è sempre la possibilità di collaborare al meglio per l’integrazione in seconda accoglienza, senza di fatto rinunciare a collaborare anche per chi è in attesa di risposte.

Non condivido la scelta rinunciataria e non condivido il giudizio secondo cui oggi, a differenza dal passato, l’accoglienza si sarebbe “volutamente trasformata in una macchina non per integrare, ma per creare nuovi irregolari su cui speculare politicamente”. La macchina apprestata sinora era già ed è ancora una macchina che sforna irregolari (il 70% degli ingressi totali) che non ottengono protezione.

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Il problema dell’odierna immigrazione di massa è un problema reale, difficile e complesso, che non si risolve con slogan.

Lunedì 20 maggio, Papa Francesco, nel confronto a porte chiuse con i Vescovi giunti da tutta Italia, ha detto che il problema dell’immigrazione «è un problema italiano, è vero, ma deve essere un problema europeo, di tutta l’Europa e non di un singolo Paese come l’Italia che ha fatto tanto». E ha aggiunto «Se l’Italia non può accogliere, non può integrare, non può dare i giusti servizi a chi arriva perché è ormai saturo, deve chiedere anche agli altri Paesi europei di farlo».

Nel giugno 2018, di ritorno dal viaggio a Ginevra il Papa aveva parlato dell’immigrazione, tra accoglienza, integrazione e prudenza: “Io ho parlato tanto sui rifugiati. I criteri sono in quello che ho detto: accogliere, accompagnare, promuovere, integrare. Mi sono riferito a tutti i rifugiati. Poi ho detto che ogni paese deve fare questo con la virtù del governo che è la prudenza, deve accogliere quanti può, quanti può integrarne, dare lavoro. Questo è il piano tranquillo sui rifugiati”.

Già nel novembre 2016, al termine del viaggio a Lund in Svezia, aveva precisato: “Cosa penso dei paesi che chiudono le frontiere? Credo che in teoria non si possa chiudere il cuore a un rifugiato. C’è anche la prudenza dei governanti, che devono essere molto aperti a riceverli ma anche a fare il calcolo di come poterli sistemare, perché non solo un rifugiato lo si deve ricevere, ma lo si deve integrare. Se un Paese ha una capacità di integrazione, faccia quanto può. Se un altro ne ha di più, faccia di più, sempre con il cuore aperto. Non è umano chiudere le porte, non è umano chiudere il cuore e alla lunga questo si paga, si paga politicamente, come anche si paga politicamente una imprudenza nei calcoli e ricevere più di quelli che si possono integrare”